Parco nazionale di Meru: viaggio nella terra selvaggia di Elsa la leonessa
Ci sono giorni, nel parco nazionale di Meru, in cui si può guidare per ore lungo piste rosse fiancheggiate da palme dum senza incrociare un altro veicolo. Eppure questa savana del Kenya orientale, distesa quasi esattamente sull'equatore a est del Monte Kenya, è uno dei luoghi più celebri della letteratura naturalistica: qui George e Joy Adamson allevarono e restituirono alla vita selvaggia la leonessa Elsa, protagonista di Nata libera, il libro del 1960 che commosse il mondo e ispirò il film del 1966. La tomba di Elsa si trova ancora oggi su una riva silenziosa del parco, e il paesaggio intorno è rimasto sorprendentemente fedele a quello che gli Adamson conobbero.
Un parco lontano dalle rotte battute
Istituito nel 1966, lo stesso anno in cui il film arrivò nelle sale, il parco di Meru copre circa 870 chilometri quadrati di bassopiano caldo e luminoso. A differenza del Masai Mara o di Amboseli, non è mai stato travolto dal turismo di massa: la distanza da Nairobi, circa 350 chilometri di strada verso nord-est, e le vicende drammatiche della sua storia recente lo hanno tenuto ai margini dei circuiti più frequentati. Per il viaggiatore di oggi è una fortuna. Meru offre ciò che altrove è diventato raro: la sensazione di avere un intero ecosistema per sé, con avvistamenti che non si condividono con una fila di minibus ma, al massimo, con un airone appostato sulla riva del fiume. Chi cerca l'Africa dei racconti, quella dei grandi spazi vuoti, qui la trova ancora.
Elsa, Pippa e i coniugi Adamson
La vicenda che rese famoso questo angolo di Kenya iniziò nel 1956, quando il guardacaccia George Adamson, in servizio nelle regioni settentrionali del Paese, uccise per legittima difesa una leonessa che lo stava caricando e scoprì che difendeva tre cuccioli piccolissimi. Due furono mandati in uno zoo; la più minuta, Elsa, rimase con George e con sua moglie Joy. Invece di tenerla come animale domestico, i due tentarono un'impresa allora quasi inaudita: insegnare a una leonessa cresciuta dall'uomo a cacciare e a cavarsela da sola. Elsa superò la prova nella boscaglia di Meru: imparò a uccidere le prede, conquistò un territorio e crebbe tre cuccioli nati liberi, dimostrando che un grande felino allevato in cattività poteva davvero tornare selvaggio. Morì giovane, nel 1961, per una malattia trasmessa dalle zecche, e fu sepolta in quello che sarebbe diventato il parco nazionale. Joy Adamson replicò poi l'esperimento proprio a Meru con la femmina di ghepardo Pippa, anche lei reinserita con successo in natura e raccontata in un libro successivo. Poche aree protette al mondo custodiscono una doppia leggenda felina di questa portata.
Acque equatoriali: fiumi, palme dum e paludi
Il segreto di Meru è l'acqua. Le colline vulcaniche di Nyambene, a ovest del parco, intercettano le piogge e alimentano una fitta rete di corsi d'acqua permanenti che attraversano la savana da un capo all'altro. Ogni torrente è bordato da palme dum e da foresta ripariale, così che dall'alto il parco appare come una serie di nastri verdi stesi su un fondo dorato di erbe alte e boscaglia di acacie e Combretum. Il fiume Rojewero, la principale arteria interna, serpeggia nel cuore dell'area protetta popolato di ippopotami e coccodrilli, mentre il confine meridionale è segnato dal Tana, il fiume più lungo del Kenya, che poco oltre precipita nelle cascate intitolate agli Adamson. Tra un corso d'acqua e l'altro si aprono depressioni paludose che trattengono l'umidità fino a stagione secca inoltrata: è questa abbondanza a mantenere il parco verde e vivo quando le terre circostanti sono ormai riarse.
La fauna: gli specialisti del nord
Trovandosi nella fascia di transizione tra gli altopiani umidi e le distese aride del nord del Kenya, Meru ospita quegli animali particolari che i safari classici del sud non mostrano quasi mai. La giraffa reticolata sfoggia il suo mantello dai disegni geometrici ai margini della boscaglia; la zebra di Grevy, più grande e dalle strisce più sottili rispetto alla zebra di pianura e oggi in pericolo di estinzione, pascola accanto agli orici beisa; lo struzzo somalo si riconosce per la pelle grigio-azzurra dei maschi; e il gerenuk, l'antilope giraffa, si alza in piedi sulle zampe posteriori per brucare i cespugli. Nel folto si nasconde il timido piccolo kudu. Accanto a questi specialisti vivono i grandi protagonisti di ogni safari: branchi consistenti di elefanti e bufali, leoni discendenti dalla stessa popolazione a cui Elsa si unì, leopardi lungo i fiumi e ghepardi nelle radure. Il mosaico di acque e savana asciutta regala inoltre un'avifauna straordinaria, con diverse centinaia di specie censite.
Il santuario dei rinoceronti
Uno dei vanti del Meru contemporaneo è il suo santuario dei rinoceronti, un'ampia area recintata e sorvegliata giorno e notte all'interno del parco, dove convivono rinoceronti neri e rinoceronti bianchi. La loro presenza ha del miracoloso: durante la catastrofe del bracconaggio di fine Novecento i rinoceronti di Meru furono completamente sterminati, e ogni animale che oggi vive nel santuario discende da esemplari reintrodotti durante la rinascita del parco. Per il visitatore è una delle occasioni più affidabili in Kenya di osservare entrambe le specie: gli animali si muovono liberi su una superficie vasta, ma la loro concentrazione premia quasi sempre chi dedica una mattinata alla ricerca. Vedere un rinoceronte bianco brucare sotto le palme, dove la specie era scomparsa del tutto, è un'emozione che ripaga da sola il viaggio.
Il bracconaggio e la rinascita
La storia di Meru ha un capitolo buio che rende la sua abbondanza attuale ancora più preziosa. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta bande di bracconieri pesantemente armati devastarono il parco: gli elefanti furono massacrati per l'avorio, i rinoceronti annientati, e il turismo crollò perché l'area era diventata pericolosa. Negli anni Novanta molti davano Meru per spacciato. La svolta arrivò nei primi anni Duemila, quando il Kenya Wildlife Service, con il sostegno del Fondo internazionale per il benessere degli animali e di altri donatori, investì in modo massiccio: piste e aviosuperfici ricostruite, ranger riorganizzati e migliaia di animali, elefanti e rinoceronti compresi, riportati nel parco in una delle operazioni di ripristino più ambiziose dell'Africa orientale. Il Meru di oggi, con le sue mandrie in salute, dimostra che un parco distrutto può rinascere.
Organizzare la visita
Meru premia chi cerca spazio e silenzio più di chi vuole spuntare una lista di avvistamenti garantiti. Dall'ingresso principale di Murera Gate si accede dopo una lunga giornata di strada da Nairobi via Embu e la cittadina di Meru; chi ha poco tempo preferisce volare su una delle piste d'atterraggio interne. L'offerta ricettiva spazia da pochi lodge e campi tendati di alto livello, uno dei quali sorge sulla collina rocciosa dove un tempo campeggiava George Adamson, ai semplici campeggi pubblici gestiti dal Kenya Wildlife Service. I mesi più asciutti, all'incirca da dicembre a marzo e da giugno a settembre, offrono gli avvistamenti migliori, perché la fauna si concentra lungo i fiumi perenni. Il clima del bassopiano è caldo: le uscite si fanno all'alba e nel tardo pomeriggio, e il binocolo è d'obbligo per gli appassionati di uccelli. Oltre il fiume Tana, il parco nazionale di Kora, dove George Adamson lavorò fino alla morte nel 1989 e dove è sepolto, e le riserve di Bisanadi e Mwingi completano un ecosistema protetto immenso e quasi disabitato.
Sulla mappa
Meru si capisce davvero solo guardandone la geografia: i fili verdi dei fiumi che scendono dalle colline di Nyambene, il Tana che disegna il confine meridionale, Kora e le riserve che si estendono oltre, e la lunga strada che sale da Nairobi. Apri la nostra mappa interattiva per individuare con precisione la terra selvaggia di Elsa nel Kenya, esplorare i parchi e le riserve confinanti e cominciare a tracciare il tuo itinerario verso una delle savane più leggendarie e meno affollate d'Africa.