Parco nazionale di Bardia: il Terai più selvaggio del Nepal
Chiedete a un viaggiatore qualunque di nominare una meta per un safari in Nepal e la risposta sarà Chitwan. Chiedete invece a una guida naturalistica nepalese dove andrebbe lei, con il proprio tempo libero, e il nome che ricorre più spesso è un altro: Bardia. Nell'estremo ovest del Paese, dove il fiume Karnali esce dai contrafforti himalayani e si apre nella pianura del Terai, il parco nazionale di Bardia protegge circa 968 chilometri quadrati di foresta di sal, praterie a erba alta e giungla ripariale. È il parco nazionale più esteso delle terre basse nepalesi e, per opinione quasi unanime, il più selvaggio: tigri del Bengala, rinoceronti indiani ed elefanti selvatici vi convivono con un flusso di visitatori che resta una frazione di quello di Chitwan.
Un angolo remoto disegnato da due fiumi
La geografia di Bardia si racconta in poche righe, eppure spiega tutto quello che vi si vive. A ovest scorre il Karnali, uno dei grandi fiumi del Nepal, che appena lasciate le montagne si sfrangia in un intreccio di rami, banchi di ghiaia e isole. Nel cuore del parco serpeggia il più modesto Babai, dentro una valle boscosa in gran parte chiusa ai visitatori, che funziona da rifugio pressoché indisturbato per la fauna. A nord si alzano le colline Siwalik, la prima piega dell'Himalaya. In mezzo si stende il Terai classico: fitta foresta di sal interrotta da radure erbose, i phanta, dove i cervi pascolano allo scoperto e i predatori cacciano lungo i margini. Un tempo riserva di caccia, l'area è stata istituita parco nazionale nel 1988 e per molti anni ha portato il nome di Royal Bardia National Park, prima che il prefisso reale venisse abbandonato. Un dettaglio decisivo: il parco non è un'isola. Il corridoio di Khata, una fascia di foresta comunitaria ripristinata, lo collega al santuario indiano di Katarniaghat, oltre confine, e permette a tigri, elefanti e rinoceronti di spostarsi fra le due aree protette.
Sulle tracce della tigre, a piedi
L'esperienza simbolo di Bardia è il safari a piedi, e cambia radicalmente il registro emotivo dell'osservazione della fauna. Accompagnati da due guide autorizzate si seguono sentieri sabbiosi e letti di fiume in secca, si leggono le impronte sul terreno e ci si blocca quando la foresta esplode nei richiami d'allarme di cervi pomellati e langur. Gran parte della giornata trascorre seduti in silenzio su una riva, aspettando che una tigre scenda a bere o attraversi un braccio d'acqua. Ed è una pazienza sempre più spesso ripagata. Il Nepal ha firmato uno dei grandi successi della conservazione contemporanea: il censimento nazionale del 2022 ha contato 355 tigri selvatiche, quasi il triplo rispetto al dato rilevato intorno al 2010, e 125 di queste vivevano a Bardia, la seconda popolazione del Paese dopo Chitwan. Nessun avvistamento è mai garantito, e le guide di qui hanno l'onestà di dirlo. Ma nei mesi secchi le probabilità sono davvero buone, e perfino una giornata senza tigri, vissuta a piedi con i sensi all'erta, somiglia più a un vero inseguimento di tracce che al turismo.
Il ritorno del rinoceronte indiano
Il rinoceronte indiano era di fatto scomparso da questo paesaggio quando, nel 1986, le autorità per la conservazione cominciarono a trasferire animali da Chitwan per ricostituire una popolazione riproduttiva lungo la piana alluvionale del Karnali. Gli anni del conflitto civile furono durissimi per i rinoceronti di Bardia: il bracconaggio aprì falle profonde in un nucleo ancora fragile. Da allora il lavoro congiunto del parco, dell'esercito e delle comunità confinanti, insieme a nuovi trasferimenti, ha ricostruito i numeri, e il Nepal ha festeggiato più volte interi anni senza un solo rinoceronte ucciso dai bracconieri. Oggi le probabilità migliori di incontrarne uno si hanno nelle praterie e nei canali paludosi vicino al Karnali, dove questi corazzati brucatori si rotolano nel fango nelle ore più calde. Vedere un rinoceronte da una jeep colpisce ovunque; osservarlo a distanza prudente stando in piedi sul terreno, come qui accade con guide esperte, è un incontro che non si dimentica.
Elefanti selvatici e i cervi delle paludi
Bardia è uno dei luoghi migliori del Nepal per incontrare elefanti asiatici davvero selvatici, i cui branchi attraversano il parco e percorrono il corridoio di Khata. Alcuni maschi residenti sono celebri per la mole, e le guide lasciano loro spazio in abbondanza. I phanta ospitano branchi di barasingha, gli eleganti cervi delle paludi, accanto a cervi pomellati, cervi porcini, sambar, muntjak e alla curiosa antilope nilgau, dall'andatura quasi equina. I cinghiali frugano nella lettiera, langur e macachi rhesus fanno la guardia dalle chiome, e i loro richiami d'allarme sono il notiziario della giungla. I leopardi pattugliano i margini della foresta, evitando in genere i territori delle tigri, e gli orsi labiati compaiono abbastanza spesso da tenere le guide vigili attorno ai termitai. È proprio questa densità di grandi mammiferi ad aver reso il Terai famoso fra i naturalisti, e a Bardia la si gode senza le code di veicoli che nei parchi più frequentati si formano attorno a ogni avvistamento.
Il Karnali: delfini, gaviali e uccelli
I fiumi meritano una giornata tutta per loro. I rami del Karnali ospitano due fra gli animali acquatici più minacciati dell'Asia meridionale: il delfino del Gange, che ogni tanto affiora nelle buche più profonde, e il gaviale, il coccodrillo pescivoro dal muso sottile che si scalda sui banchi di sabbia accanto al più massiccio coccodrillo palustre. Scendendo la corrente in gommone o appostandosi con il binocolo a una confluenza, si scruta la superficie in cerca del dorso di un delfino mentre i martin pescatori bianconeri restano sospesi a mezz'aria sopra l'acqua. I fiumi nutrono anche il mahseer, un grande pesce migratore, e nella stagione secca attirano senza sosta animali venuti ad abbeverarsi: ecco perché tanta parte dell'osservazione a Bardia avviene in riva all'acqua. Nel parco sono state censite oltre 400 specie di uccelli, dai buceri alle aquile pescatrici, dagli anatidi svernanti agli specialisti dell'erba alta: anche quando i mammiferi si nascondono, nessuno torna a mani vuote.
I Tharu e il villaggio di Thakurdwara
La porta d'ingresso del parco è Thakurdwara, il villaggio accanto alla sede dell'amministrazione, rimasto piacevolmente sottotono: una manciata di piccoli lodge e alloggi in famiglia sparsi fra risaie e alberi di mango, altro che viale di alberghi. Questa è la terra dei Tharu, il popolo indigeno del Terai, che abitava queste pianure un tempo flagellate dalla malaria molto prima che gli insediamenti moderni trasformassero la regione. Le case tradizionali di fango, legno e paglia punteggiano ancora i villaggi; molte strutture sono gestite da famiglie tharu, servono cibo dell'orto e propongono serate culturali che sanno di ospitalità autentica più che di spettacolo. Le foreste comunitarie attorno al parco, amministrate da gruppi locali, sono diventate fasce cuscinetto e corridoi fondamentali, verso cui torna una parte dei proventi del turismo. Le sere sono il premio per il lungo viaggio verso ovest: lucciole sopra le risaie, il richiamo d'allarme di un cervo in lontananza e la consapevolezza che forse una tigre sta percorrendo proprio il letto di fiume dove si era seduti a mezzogiorno.
Quando andare, come arrivare e il confronto con Chitwan
Bardia chiede un po' più di impegno rispetto a Chitwan, ed è esattamente per questo che resta tranquillo. La maggior parte dei visitatori vola da Kathmandu a Nepalgunj e prosegue su strada per qualche ora; il percorso via terra da Kathmandu o Pokhara è una giornata di viaggio molto lunga. La stagione buona va all'incirca da ottobre ai primi di maggio. Autunno e inverno regalano temperature gradevoli e paesaggi rigogliosi, mentre i mesi caldi, da febbraio a maggio, offrono le migliori occasioni di avvistamento: l'erba è bassa e gli animali si concentrano attorno alle pozze che si restringono. Durante il monsone, da giugno a settembre, le piste si allagano e gran parte del parco diventa inaccessibile. I permessi si ottengono facilmente sul posto e non è consentito camminare da soli: si esplora sempre con guide autorizzate. Scegliete Chitwan per la comodità di accesso e le infrastrutture; scegliete Bardia se cercate il Terai di una volta, a costo di qualche fatica in più, con meno gente e un margine di autentica wilderness in ogni passeggiata.
Sulla mappa
Bardia premia chi studia il territorio prima di partire, perché qui quasi tutto dipende da fiumi, praterie e corridoi più che dalle strade. Aprite la mappa per individuare il parco nazionale di Bardia nell'estremo ovest del Terai nepalese, vedere come il Karnali e il Babai lo incorniciano e confrontarlo con Chitwan e con gli altri parchi e riserve della regione. Da lì potrete tracciare la vostra rotta verso ovest e cominciare a immaginare le vostre giornate a piedi lungo le rive.